lunedì 16 gennaio 2017

L’avete visto Kill Bill? (La mia esperienza alla Bottega di Narrazione)

“Giorgia è entrata in Bottega a corso iniziato perché era diventato impossibile tenerla fuori”, ha detto Giulio Mozzi un mese fa, a tavola coi nuovi apprendisti, mimando il gesto dell’attaccar chiodi su una porta.
Al di là delle spese di falegnameria e ferramenta che dovrò rimborsargli, posso dire che è vero: raramente ho tenuto a qualcosa come a questa esperienza.
La Bottega è qualcosa di totalizzante, capace di rivoltare da capo a fondo non solo il romanzo ma anche il tuo rapporto con la scrittura, con l’immaginario che la alimenta, con quello che si cerca di comunicare davvero scrivendo una parola alla destra di un’altra.
Faccio un passo indietro.
Sono entrata in bottega con un romanzo diviso in tre parti: nella prima, un uomo risorgeva nel corpo (da ventottenne) con cui era morto e, rientrando a casa, trovava il figlio invecchiato di cinquant’anni nonché provvisto di moglie e figlia; nella seconda tutto questo generava un gran scompiglio e la moglie lasciava il tetto famigliare; nella terza anche la figlia vacillava, e dopo una sua presa di coscienza il libro si chiudeva con una resurrezione generale di tutti i morti della Val Vibrata.
Come dire: la terza parte era un disastro, e non chiudeva la storia. Non piaceva a me, non convinceva i bottegai, lasciava perplesso Giulio.
Quando ne parlai la prima volta in bottega, lui mi disse qualcosa tipo: "Non sono convinto di questa cosa che inizi alla Gregor Samsa e finisci con L'alba dei morti viventi".
La seconda volta fu più drastico: "Ci ho pensato: a me questa cosa che risorgono altre persone non mi sta bene".
E poi mi chiese: “Ma tu di cosa vuoi parlare?”
Biascicai un: “Del fatto che le persone non sanno più accettare il miracolo?”
Mi rispose lui: “Non credo che questo sia nel tuo immaginario”, e poi: “Non scrivere una riga finché non ci rivediamo”, e mi riempì di letture da fare.

Quando tornai in bottega, il mese successivo, avevo la risposta: volevo parlare di famiglia e di ascolto, e avevo avuto paura.
Avevo iniziato il romanzo lungo quel sentiero e poi l’avevo perso; avevo fatto distruggere la famiglia al nonno risorto senza essere poi in grado di ricostruirla; avevo chiuso la storia con l’orribile deus ex machina della resurrezione generale per portare la storia a un livello differente e non dover risistemare la vita di quei poveracci.
Il punto è che proprio non sapevo come chiuderla, quella storia. L’arrivo del risorto aveva scomposto gli equilibri famigliari e non avevo idea di come riparare al danno fatto. Non avevo idea di come ricostruire ciò che nella famiglia si era rotto per via della mancanza di ascolto.
Ne parlai in Bottega, ed è in quel frangente che scoprii la forza di questa “scuola” meravigliosa.
Non solo per i consigli (importantissimi), ma anche per la forza che trovai negli altri: ognuno, chi più chi meno, si stava infatti tuffando in quello che voleva “davvero” raccontare e si sforzava di farlo con tutta l’onestà del mondo, senza sviare, a costo di raccontare parti della propria esistenza dietro quei banchi e a costo di piangere, per questo.
In particolare in quel momento furono importanti Giusy D’Alessandro, che trovai fantastica, letteralmente fantastica per il coraggio con cui stava prendendo a piene mani tutto ciò che le faceva più male e paura nella vita per riversarlo su carta senza smussare nulla, e le serate post-bottega, dove con i compagni parlammo parlammo parlammo di quello che volevo dire finché alla fine mi resi conto che stavo raccontando il finale da dare alla storia.
A quel punto sapevo dove andare a parare: volevo che la famiglia del mio libro non mancasse di amore, ma avesse talmente tante difficoltà di ascolto da lasciare, pur senza volerlo, dei vuoti incolmabili. Volevo che il padre si sforzasse di essere affettuoso ma cadesse con la figlia in un continuo errore (facendole molti regali, per esempio, ma senza indovinare mai i suoi gusti) e che la madre fosse troppo ossessionata dalla paura di perdere il controllo e lasciarsi andare per riuscire a dimostrarle amore oltre i “patatella” e “cucciola mia”.
Volevo che sentissero tutti un’enorme solitudine, ma anche un bisogno disperato l’uno dell’altro.
Dissi questo a Giulio e per la seconda volta lui mi disse di non scrivere nulla, ma di limitarmi a leggere e a vedere film. Mi appuntai un’altra serie di titoli e mandai giù tutto, e la soluzione la trovai in uno dei consigli ricevuti: rivedere Mary Poppins.
Era l’esempio di cui avevo bisogno: un personaggio magico in grado di entrare nella vita di una famiglia e creare scompiglio in tutti gli equilibri. Un personaggio che non è un miracolo, ma un pretesto per creare una rottura e poi ricostruire.

Con Giulio ci rivedemmo a Padova: la Bottega prevede anche incontri individuali.
Lì mi disse: “Ora riscrivi tutto. Non più in tre parti, ma alternando i punti di vista capitolo per capitolo. Abbandona la prima persona e scrivi in terza. Ti permetterà di colmare tutti i buchi in cui i personaggi, in prima persona, dovrebbero chiedersi perché questo nonno è risorto. Potrai concentrarti sulla famiglia e non su di lui.”
Mi venne un colpo: riscrivere tutto?
Ricordo che feci un gran discorsone su tutti i motivi per cui forse, in fondo in fondo, la terza persona era meglio di no. Giulio mi ascoltò senza interrompermi e poi alla fine, quando ormai iniziavo a pensare di averlo convinto o di essere comunque sulla strada giusta, concluse: “Suvvia, riscrivi tutto”.
Un colpo.
L’avete visto Kill Bill?
Ecco: Pai Mei quando butta la ciotola di riso di Uma Thurman.
Da luglio a novembre, vacanza in moto inclusa, non ricordo un momento senza il portatile davanti. Mi feci un megascalettone e poi iniziai a scrivere e lo feci tutte le sere, nelle pause pranzo, durante i weekend, sempre, sempre, e prima di andare a dormire mandavo messaggi agli amici e dicevo: Finisco il libro e resuscito anche io, promesso, offrirò della birra.
A novembre, con tutto il sudore addosso di questa corsa, ho mandato il libro a Giulio e gli ho detto: “Mi sembra sia venuto meglio”. Eravamo a tavola, in uno dei ristoranti gestiti da cinesi che affollano lo spazio intorno alla Bottega. Mi ha corretto: “Mi sembra sia venuto bello”.
Un “bello” di Giulio è: non potete immaginare.
Pai Mei che sposta la barba a sinistra.

Ora io, di Bottega, sto facendo un altro giro. Quello completo, che non inizia a metà corso.
E non so immaginare un luogo migliore di quello, per trovare ciò che davvero si ha l’urgenza di raccontare, per scoprire come il proprio immaginario permette di farlo e per mettersi poi all’opera e arrivare in fondo.
Per Scrivere per davvero, insomma.
Lo dico per via di Giulio, che un maestro migliore di così davvero non l’ho mai conosciuto, e anche per via della peculiarità della Bottega di Narrazione che è quella di lavorare col gruppo, di sollecitare la lettura degli altri testi e il confronto (in aula e sul Google Group della Bottega) ma anche di trovare negli altri la forza e la grinta che servono per andare avanti senza voltarsi, dall’idea del romanzo fino al tifo durante la presentazione e l’incontro con gli editori.
Che poi ieri alla mia, di presentazione, avevo due botteghe a tifare per me.

E sì, lo so: sono fortunata.

Nessun commento: