giovedì 10 gennaio 2008

ALLUCINAZIONE PERVERSA

Jacob, il protagonista di questa storia, è un reduce della guerra del Vietnam. Per cui, il fatto che le sue terribili esperienze lo portino ad arrendersi alla vita, lavorando distrattamente come postino pur essendo laureato in filosofia, non ci stupisce. E per lo stesso motivo non ci stupiscono nemmeno i suoi incubi e i continui flashback. Ma cosa succede nel momento in cui le visioni di strane figure diventano per Jacob sempre più reali, quando personaggi deformi e ammassi di putrescente carne umana al confine tra realtà e immaginazione cominciano a perseguitarlo, trascinandolo in un tunnel allucinogeno che non sembra avere via d'uscita?
Il protagonista decide di indagare e si trova ad annaspare in un mondo popolato dai demoni, con il solo aiuto del terapeuta Louis (secondo il quale è l'uomo stesso a trasformare gli angeli in demoni e a punirsi). Precipitando sempre più nel tunnel, allora, Jacob scopre che tutti i suoi ex-compagni di guerra soffrono dei suoi stessi problemi e decide di indagare su cosa sia veramente successo in Vietnam: è forse vero che durante il conflitto molti soldati siano stati sottoposti alla sperimentazione di un devastante agente chimico, così potente da trasformare gli uomini in vere e proprie macchine da guerra? E cosa significa la strana lettura della mano che gli fa una donna seduta su una scala, sostenendo che lui sia "già morto"?
"Allucinazione perversa", diretto da Adrian Lyne, fonde il genere drammatico con quello dell'orrore, farcendo il tutto con elementi del thriller e della rievocazione storica. Lentamente, però, è l'horror psicologico a prendere il sopravvento, culminando nella scena in cui un uomo senza occhi fa un'iniezione nella testa di Jacob per mostrargli la realtà. L'orrore suscitato nello spettatore, creato attraverso un clima di angoscia crescente e non con l'utilizzo di particolari immagini presentate a bruciapelo, ha portato spesso a considerare "Allucinazione perversa" come il precursore di film come "Il sesto senso".



IL GOLEM - GUSTAV MEYRINK

Basta scambiare il proprio cappello con quello di Athanasius Pernath per trasformarsi automaticamente in lui e rivivere l'esperienza che lo portò a conoscere il Golem, o almeno è questo quello che viene narrato nel romanzo di Gustav Meyrink. E' qui che la creatura leggendaria che da secoli ispira racconti, romanzi e infine film, diventa non più un semplice essere fatto di terra, ma una specie di entità soprannaturale in grado di condurre l'uomo - attraverso un cammino spirituale - veros la conoscenza di se stesso, conducendolo alla sua primitiva forma di "androgino", in grado di bastare a se stesso. La vicenda del Golem, infatti, ispirata ad una leggenda praghese che vedeva in esso il fedele servo di Rabbi Loew (creato con il fango e reso vivo con la parola), si intreccia con elementi di esoterismo, dell'alchemismo e del linguaggio dei Tarocchi. Si avvia così una discesa, un processo di dissoluzione dell'identità che culmina con la catalessi del protagonista, col successivo "risveglio" e con l'incontro con l'ombra e con il proprio doppio. Perché, scrive Meyrink, scegliendo la "via della vita", "chi è stato destato non può più morire".

IN RAINBOWS - RADIOHEAD

“Sono piena di buchi, non ho idea di ciò di cui sto parlando, sono intrappolata in questo corpo e non riesco a uscire… sono l’atto seguente che aspetta di entrare in scena… come mai finisco laddove ho cominciato? I pezzi del puzzle cadono dappertutto, non c’è niente da spiegare… sotto è il nuovo sopra: che ne dite se faccio una capriola? Tocco il fondo e svanisco…”
Sono frasi rubate ai testi del nuovissimo cd dei Radiohead, parole che secondo chi le ha scritte sono “come strumenti spuntati”, “come un fucile a canne mozze”. Introspettivo e intenso, “In Rainbows” scava nell’abisso mentale di chi lo sa ascoltare, perché – come canta Thom Yorke in “Banger and Mash”, riprendendo probabilmente la frase nietschiana – “se guardi fisso nell’oscurità, l’oscurità guarderà in te”.
“In Rainbows”, negli arcobaleni. E pare infatti che i Radiohead abbiano usato tutte le sfumature della musica, dal drum’n’bass di “15 step” alla ballad “Nude”, passando attraverso ritmi distorti come quello di “Bodysnatchers” e melodie liquide come quella di “All I need”. L’elettronica di “Kid A”, nel nuovo disco, spesso passa in secondo piano per dare la precedenza al suono, alla melodia, alla voce di Thom Yorke: meno ostinato alla ricerca dell’acuto, il cantante tende stavolta alla ricerca dell’armonia tra musica e parole.
“Ora spremi i tubetti e scola le bottiglie. Fa’ un inchino, fa’ un inchino, fa’ un inchino… andrai all’inferno per tutto ciò che la tua sporca mente sta pensando”.

POEMA A FUMETTI


Orfeo e Euridice, ancora. Ma il mito, antichissimo, viene raccontato da Buzzati tramite il fumetto, una delle forme di comunicazione più immediate al mondo. E nelle sue vignette l’autore mischia il sacro e il profano, il letterario e l’erotico, l’arte e la pura carnalità: ne risultano tavole segnate dalla fortissima contaminazione dei generi e caratterizzate dall’assenza delle tipiche nuvolette testuali, sostituite da didascalie spesso deformate o modellate in varie forme.

La storia, questa volta, si svolge ai giorni nostri: il protagonista, Orfi, è un cantautore che abita nell’immaginaria via Saterna, nel centro di Milano. Proprio su quella stessa strada, un giorno, vede scomparire l’anima della sua amata Eura in una porticina e, deciso a raggiungerla, intraprende il suo viaggio verso l’Inferno, un modernissimo Ade molto simile al mondo dei vivi. Tuttavia c’è una cosa che lo contraddistingue ed è l’assenza totale delle passioni: l’unica cosa in grado di smuovere gli animi dei dannati è infatti il ricordo delle passioni provate da vivi.

Le canzoni di Orfi, così, permettono agli abitanti dell’Ade di ricordare i loro sentimenti passati e di provarli nuovamente: Buzzati, in questo modo, conferisce al racconto e alla musica un potere enorme e una grandissima capacità espressiva, tale da superare qualsiasi tipo di apatia e “sconfiggere” la morte.
Sono frequentissime, nel “Poema a fumetti”, le citazioni e le autocitazioni letterarie, così come non mancano riferimenti pittorici alla pop art e ad artisti come Lichtenstein, Magritte, Delvaux e Bosch.

GLI USA: LA PIU' AVANZATA E CONTROVERSA ECONOMIA MONDIALE


L’Asia, in particolar modo grazie alla Cina, rappresenterà forse il futuro prossimo del mondo; è cosa certa, tuttavia, che il presente siano gli Stati Uniti, che dal 1918 rappresentano l’economia trainante del mondo e che dopo l’implosione dell’Urss non hanno rivali sul piano geopolitico.
Gli Usa, che si classificano al primo posto per il Pil, mantengono un ritmo di sviluppo crescente, basti pensare che la media annua d’aumento della ricchezza, tra il 1992 e il 2002, è risultata del 3,3% (contro l’1,9% dell’Europa) e che nel 2003 si è avuta una ulteriore crescita del 3% (contro lo 0,5% europeo).
L’attuale potenza economica degli Stati Uniti va ricercata principalmente nelle liberalizzazioni (la concorrenza sempre aperta stimola la produttività), nelle grandi capacità di lavoro degli statunitensi (lavorano più degli europei e hanno meno ferie) e nell’alta tecnologia (la causa del primo grosso crack statunitense, che ora tuttavia dà un notevole contributo all’economia). Inoltre gli Usa possono contare sul potere del dollaro, considerato fino ad oggi la riserva mondiale per eccellenza.
La centralità del dollaro, tuttavia, potrebbe essere messa in discussione nei prossimi anni: la crisi legata allo scoppio della bolla immobiliare e ai mutui subprime, infatti, ha portato alla perdita di valore della moneta; inoltre, la tesi che l’euro stia sorpassando la moneta statunitense, potrebbe essere sostenuta anche considerando la scelta della Cina di firmare in euro i finanziamenti per le centrali.
Questo non toglie, tuttavia, che l’economia statunitense sia la più avanzata al mondo, pur legata alle sue molte contraddizioni. Se, infatti, la produttività resta legata ad una forte crescita, d’altro canto gli stipendi continuano a diminuire e le diseguaglianze sociali raggiungono quasi i livelli cinesi (nel 2006, secondo il Ministero dell’Agricoltura, 35 milioni di americani hanno sofferto la fame almeno una volta); il ceto medio, ancora presente nel 1980, ha subito una “polarizzazione” e il mercato del lavoro tende a premiare in misura sempre maggiore i detentori del capitale (si sostiene che per i ricchi americani le tasse non siano mai state così basse dal 1929). Da annoverare tra le contraddizioni americane, c’è poi l’aggravamento del divario padri-figli, cosa che spesso non viene avvertita, poiché al fabbisogno monetario delle famiglie concorrono sempre in misura maggiore gli stipendi delle donne.
Il fattore più negativo, tuttavia, è rappresentato dalla sanità statunitense. Pur costando moltissimo agli Usa (corrisponde al 16% del Pil, contro il 6,6% dell’Italia)non è in grado di tutelare l’intera popolazione. Questo è dovuto al fatto che il sistema è in gran parte affidato ai privati e gestito dalle potenti Lobby assicurative; la parte pubblica, decisamente meno rilevante, riesce d’altra parte a coprire solo il 20% della popolazione attraverso il “Medicaid” (servizio per i poverissimi) e il “Medicare” (per chi ha superato la soglia dei 65 anni), lasciando scoperti i cittadini che non rientrano nelle categorie a cui le due istituzioni si rivolgono.



Altro fattore controverso, inoltre, è quello dell’immigrazione: stati come la California, ad esempio, vivono grazie al lavoro degli immigrati, mentre sono presenti stati che non vogliono consentire agli immigrati l’accesso nel proprio territorio. La proposta di Bush, di “sanare” gli immigrati entrati negli Usa prima del 2001 e di agevolare quelli entrati prima del 2004, non è stata avallata, lasciando aperta la questione.
Un’ultima considerazione, infine, va fatta nell’ambito dei rapporti ambigui che si stanno generando tra Cina e Stati Uniti: questi ultimi, infatti,temono che il sorpasso da parte dell’economia cinese, per cui i prodotti cinesi – in passato sempre ricercati perché economici – vengono spesso considerati il risultato di violazioni delle norme di sicurezza (ad esempio sono stati spesso dichiarati dannosi per la salute) e di quelle più strettamente legate al commercio (contraffazioni di marche, ecc) e quindi respinti.

LA CINA: IL VOLO DI ICARO?

Dopo l’avventura del mercato globale, la Cina ha preso il volo. Nessuno, inizialmente, pensava che sarebbe diventata uno dei motori del mondo economico, eppure la Cina è stata soggetta ad una svolta radicale, resa ancora più efficace per via del territorio fertile che la contraddistingueva. La guida politica, pur cambiando segno, ha mantenuto la capacità di condurre la nazione verso uno sviluppo, sostenendo importanti basi culturali in grado di portare avanti una nuova economia globale.
La Cina, bisognosa di energia, per esempio, è riuscita a compiere l’opera immane costituita dalla grande diga sul fiume Azzurro, iniziativa destinata a non rimanere isolata: la nazione, infatti, ha reso noto l’interesse a costruire alte dieci dighe, alcune di dimensioni ancora maggiori. Alla base di questi progetti, la necessità di sostituire la fonte primaria dell’energia cinese, l’inquinante carbone, con energie alternative: a questo proposito, la Cina ha anche finanziato la costruzione di impianti eolici e di energia solare negli altipiani del Tibet e predisposto piani per la costituzione di impianti nucleari; l’energia nucleare cinese (che eguaglierà la quantità energetica generata dalla diga del Fiume Azzurro), del resto, farà fare fortuna alle industrie statunitensi, tedesche e francesi, che avranno le commesse per la costruzione.
Terza potenza economica del mondo (dopo Usa e Giappone), la Cina dovrebbe arrivare al primo posto entro il 2030. Le ragioni di questo arricchimento progressivo, secondo molti, vanno ricercate nella grande capacità di esportazione cinese: la nazione, dal suo ingresso nel WTO, si sta infatti confermando la fabbrica del mondo. Con il “made in China”, a beneficiare sono stati i consumatori di tutto il mondo, grazie ad una “disinflazione” generale (cosa che ha generato non pochi problemi alle imprese europee, che hanno richiesto la presenza di un limite all’esportazione cinese. Infatti è noto che sono stati proprio i paesi europei i primi destinatari dell’esportazione cinese, facendo passare gli Usa in seconda posizione).
La Cina, d’altra parte, occupa una posizione privilegiata non solo per quanto riguarda l’esportazione (è al primo posto per l’Hi-Tech e al secondo per la produzione di auto e camion), ma anche per l’aspetto finanziario (la Banca Centrale Cinese è la più ricca del mondo, per cui la Cina sostiene gli Usa con un fortissimo attivo) e per quello delle importazioni.
Nonostante questo, tuttavia, la Cina è anche fonte di grandissime contraddizioni: la principale è quella che divide il mondo rurale da quello delle grandi città situate nelle zone costiere (un contadino, in media, guadagna solo un quarto di un operaio cinese), ma non sono da tralasciare le complicazioni legate ad una fortissima disoccupazione, motivo che porta generalmente all’emigrazione verso la costa. Il problema, in gran parte, è stato generato dalla privatizzazione che ha portato alla chiusura delle fabbriche statali.
Infine, non vanno trascurate due piaghe molto profonde: la corruzione, presente specialmente nelle campagne, e una disastrosa situazione ambientale: dieci delle venti città più inquinate del mondo, infatti, si trovano nel territorio cinese (basti pensare che il 75% dell’energia proviene dalla combustione di carbone altamente inquinante, che su un terzo della Cina cadono piogge acide e che la metà dell’acqua dei sette fiumi più grandi è inutilizzabile).
La Cina, pur essendo uno dei mercati più importanti del mondo, dovrà prima di tutto essere in grado di estendere lo sviluppo economico anche alle zone rurali per poter salire sempre più in alto: senza questo impegno, e senza iniziative volte alla salvaguardia dell’ambiente e della legalità, potrebbe essere soffocata dalle sue contraddizioni e rischiare il collasso.



lunedì 10 dicembre 2007

GLOBALIZZIAZIONE

Se, in passato, la molla che più delle altre muoveva il mondo era la guerra di aggressione, oggi, sempre più frequentemente, si cerca al contrario un clima pacifico che possa permettere la crescita della globalizzazione. Nonostante una vera situazione di pace non ci sia mai completamente (come testimoniano i continui massacri che insanguinano il Medio Oriente), gli Stati tendono in misura molto maggiore ad avviare processi di collaborazione tra loro, così da favorire la libera circolazione dei capitali.
La globalizzazione appare significativamente positiva se si tiene in considerazione il fatto che anche il Paese più povero (che nello stato attuale è l’Africa sub sahariana) viene coinvolto nel processo economico mondiale: la Cina, ad esempio, si è attrezzata per l’acquisto dell’energia e questo ha innescato processi di sviluppo negli stati che versavano in condizioni di povertà assoluta.
All’interno di queste dinamiche, tuttavia, si celano pericoli nascosti; la finanza globale, infatti, appare drogata da meccanismi finanziari non bene identificabili: i “derivati”, strumenti finanziari nati per permettere agli investitori di coprirsi dai rischi e alle banche di guadagnare maggiormente. Un secondo elemento di rischio, inoltre, è costituito dal prezzo dell’energia, del metano e del petrolio, in continuo aumento.
La globalizzazione, inoltre, tende continuamente ad avvantaggiare i detentori del capitale. Le multinazionali, di conseguenza, veri soggetti del settore, puntano ormai non sulla qualità del prodotto, ma sul “marchio”, che conferendo il valore aggiunto permette di guadagnare più dell’effettiva utilità del prodotto stesso. Nascono, finalizzati ad una spinta migliore nell’ambito della globalizzazione, catene di appalti e subappalti, megastore e campagne pubblicitarie, facendo passare in secondo piano l’ambito qualitativo.
Se da un lato, dunque, la globalizzazione permette ai paesi meno ricchi di progredire economicamente, dall’altro lato rischia spesso di accrescere ulteriormente il divario tra paesi avanzati e paesi in via di sviluppo. L’obiettivo da raggiungere, in questo caso, l’unica frontiera che permetterebbe di evitare questi aspetti negativi, potrebbe essere una riduzione del protezionismo: una tale iniziativa darebbe la possibilità ai paesi più poveri di esportare i propri prodotti all’estero, divenendo soggetti attivi nell’ambito mondiale e, dunque, globale.