martedì 19 settembre 2017

Se sei vittima di bullismo, questa lettera è per te


Mi chiamo Giorgia, ho trentuno anni, e anche io ho vissuto il bullismo. 
Dirlo a qualcuno, ora lo so, è un atto di coraggio, ma se non sei ancora riuscito a farlo prenditi del tempo per trovare il modo giusto: confidare a qualcuno di essere stati umiliati è rivivere in qualche modo l’umiliazione, e so quanto possa essere difficile condividere il dolore con persone ai cui occhi vorresti sembrare forte, capace, e in grado di badare a te stesso. Specie adesso che stai diventando indipendente.
Io, sai, a dodici anni avevo smesso di sperare nel futuro.
Ogni giorno, a scuola, i miei compagni mi prendevano in giro per gli abiti comprati al mercato e per l’apparecchio, venivo sistematicamente esclusa da ogni attività considerata “figa” e l’ora di educazione fisica era un incubo di insulti: fingendo di allacciarmi le scarpe venti volte in un’ora, contavo i minuti che mancavano al suono della campanella. 
Nessuno faceva a gara per sedersi accanto a me nell’ora di religione. Nessun ragazzo voleva fidanzarsi con me. 
Era tutto così tremendamente buio che avevo iniziato a disprezzare i libri e i film dove i protagonisti, inizialmente sfortunati, andavano poi incontro a un lieto fine: li trovavo ipocriti, stupidi, falsi, perché non riuscivo più a credere nella possibilità di un cambiamento.
Il problema è che a fare più male erano gli amici. L’amica che mi portavo dietro dall’asilo; l’amico che conoscevo da tutta la vita per via del legame tra i nostri genitori.
Per non stare insieme alla “sfigata”, come fosse un male contagioso, loro due facevano il gioco di tutti gli altri, di quelli che consideravo i miei aguzzini. Mi prendevano in giro platealmente, ad alta voce, per poi chiedermi perdono quando eravamo soli.
Ricordo che lui mi gridò un “fai schifo” dagli ultimi posti del pullman, in gita, guadagnandosi le risate e il rispetto di tutti gli altri; poi, quando ci ritrovammo da soli, si scusò.
Provai a dire ai miei compagni che mi sentivo ferita, e mi presero in giro per la mia debolezza.
Provai a vestirmi come la moda suggeriva, e mi chiesero – notando l’improvviso cambiamento – se per caso non fosse arrivato carnevale.
Avevo smesso di credere, così, in un’azione che potesse salvarmi senza causare nuove e più feroci prese in giro.
Avevo smesso di credere in una soluzione.
Ma la soluzione, e adesso devi fidarti di me, esiste.
Se vedi crollare il mondo in cui sei costretto a vivere ogni giorno, ascoltami: fai in modo di crearne uno tutto tuo, fuori da quello. Fai in modo che esista un posto dove ricominciare da capo, non importa che si tratti della palestra dove fare arti marziali, di un corso pomeridiano di teatro o di uno studio musicale. 
Io stessa non ci credevo, ma questo periodo passerà, te lo giuro. I criteri di valutazione cambieranno, tra uno o quattro anni, e i motivi per cui adesso ti prendono in giro (sei basso e mingherlino, corri pianissimo, hai pochi soldi, balbetti, tutte le tue compagne hanno le tette e tu no) non avranno più senso. Ma tu, nel frattempo, ti sarai protetto vivendo qualcosa di bello.
E ricorda che nessuno al mondo ha il diritto di farti del male.
Io desideravo con tutte le mie forze di essere amata, guardata, ascoltata, e mi sono trovata spesso a elemosinare l’affetto, a reprimere la rabbia e il dolore per essere accettata almeno un po’. 
Mi ero convinta che avessero ragione loro; che fossi io quella sbagliata. Ora so che non è così.
Perciò scegli il tuo mondo, fai nascere la passione per un’arte o uno sport, lascia che il tempo passi. E, se trovi la forza per farlo, parlane con chi ti vuole bene: sarai più forte anche di me, che ci ho messo vent’anni.

sabato 3 giugno 2017

Arcobaleno

Vorrei rivolgermi ai trecento cattolici che oggi hanno marciato alla cerimonia di "riparazione per lo scandalo del gay pride" di Reggio Emlia, per rivolgere una "preghiera contro il peccato pubblico".

Vorrei parlare all'uomo che in video ha affermato che l'omosessualità è un disordine: ci sono padri e madri che si convincono proprio di questo, e che portano i figli gay dagli psicologi. Conosco personalmente un ragazzo che si è dichiarato al padre e al quale il padre ha risposto: "Si può curare".
Tu, uomo del video, di queste parole sei responsabile.

Vorrei parlare al prete che ha detto che la parola esatta non è "omosessualità", ma "omosessualismo", perché con i gay ci si trova di fronte a un'ideologia: è una bella confusione, quella che scambia seguire la propria natura e seguire la propria ideologia, ma pur fingendo per assurdo che tu abbia ragione, apprezzeresti mai che qualcuno ti impedisse di seguire la tua religione?
Cosa proveresti se trecento gay entrassero nella tua chiesa, domani, prima della messa, e parlando di "religionismo" cercassero il modo di riparare a quello in cui credi?

Tu, prete ignorante (nel senso che: ignori ciò di cui parli), di queste parole sei responsabile.
Vorrei parlare al giornalista che ha scritto che la manifestazione dei trecento è stata "costantemente sorvegliata dalla polizia e dai carabinieri che hanno controllato che non ci fossero provocazioni di sorta da parte di chi parteciperà alla manifestazione lgbt", e vorrei parlare alle stesse forze dell'ordine: non vi sembra che siano stati i trecento ad andare contro i gay, e non viceversa? vi sembra sensato parlare di provocazione ai provocatori?
Voi, uomini del pregiudizio, delle vostre parole siete responsabili.

Vorrei parlare all'uomo che ha affermato che essere omosessuali è contro natura: semmai, contronatura è rinunciare a ciò che chiedono l'anima e i sensi. Un omosessuale che si sposa, per esempio, è contronatura - perché è contro la sua, di natura - ed è destinato a non conoscere la felicità.
Tu, uomo che si arroga il diritto di parlare in vece della natura, di questa infelicità sei responsabile.

E vorrei dire a tutti i trecento: anziché perdere tempo parlare di malattia, ideologia, provocazione e natura, avete mai provato a parlare con una coppia omosessuale?
Avete mai sentito con quanto amore molti di loro raccontano del partner? la vostra chiusura ha mai affrontato le foto dove i baci e gli sguardi dicono molto più di quanto potreste dire voi? sommergono di parole belle tutta la bruttura con cui cercate di coprirle?

Io ho ascoltato le parole di un amico che ha pianto di commozione, il giorno in cui un ragazzo gli ha guardato dentro e gli ha rivelato Tu sei gay.
Io ho ascoltato le parole di un'amica che mi ha confessato di non aver mai provato con un uomo le emozioni che le donne le hanno poi saputo dare.

E allora mi viene da scuotere la testa quando un prete, dimenticando che la sua propria scelta è quella di non fare figli, afferma che l'omosessualità "condanna la società all'estinzione", e vorrei dirgli: Apri gli occhi; guardali; guardati. Prima di fare la marcia preventiva, la marcia di riparazione, prova a guardare la loro: riparano tutto quello che il nostro mondo non ha ancora capito.

martedì 30 maggio 2017

Il chilometro cinquantacinque

Ci sono dei momenti in cui senti le forze mancare.

Sto lavorando a questo libro, Blu, in cui sono presenti probabilmente tutti i motivi per cui scrivo: è un libro sulla colpa, sulle ossessioni, sul desiderio di essere guardati, e per la prima volta in vita mia devo costringermi a mettere le mani sulla tastiera: sento che scavare lì fa male, ma male davvero.

Nel frattempo i miei due romanzi girano, finiscono in qualche casella email e anche in qualche cestino, tipo oggi, e allora capita che io mi chieda: e se mi stessi illudendo? e se quando ho giurato di dedicare la mia intera vita alla scrittura non avessi fatto i conti con le mie stesse forze?

Oggi è uno di questi giorni, ma è anche il giorno in cui il direttore vendite dell'azienda in cui lavoro, un uomo di cinquantadue anni, ci ha mostrato il video in cui, lo scorso weekend, ha portato a termine un'ultramaratona di 100km.

"Al cinquantacinquesimo chilometro - ci ha raccontato - mia moglie è arrivata in macchina per portarmi il cambio, perché stava facendo notte e non voleva che andassi in ipotermia. Ero stanco, così le ho detto: Io mi fermo; però lei mi ha guardato e ha risposto: Sei impazzito? dopo tutta la strada che hai fatto?, e mi ha detto che mi avrebbe aspettato cinque chilometri più avanti, dove pensavo che mi sarei ritirato. Quando l'ho raggiunta di nuovo, l'ho baciata e ho ripreso a correre. E abbiamo continuato così, di cinque chilometri in cinque chilometri: aprivo lo sportello dell'auto, la baciavo e andavo avanti, finché alla fine non sono arrivato al traguardo."

E così oggi sono senza forze, dicevo, però so anche che c'è qualcuno, al mio cinquantacinquesimo chilometro, per cui vale la pena di fare ancora cinque chilometri in più, e poi altri cinque e ancora cinque.

C'è Enrico, il mio amore, che da sei anni a questa parte, quando mi vede guardare Word con aria ostile, mi piazza il computer di fronte e mi dice: "Vai avanti, che voglio sapere questa storia come va a finire", e poi mi legge sempre, sempre, mi legge anche quando sono le due di notte e ho scritto venti pagine, e mi dimostra che nelle mie forze ci crede molto più di me.
C'è Giulio, che dio mio auguro a tutti di trovare un maestro così, nella vita, perché se avete una passione grande un grande maestro può essere davvero la differenza. E anzi: non solo un grande maestro, ma un grande uomo.
Ci sono le persone che mi leggono da quando ero un'adolescente che scriveva roba illeggibile, e che però che era illeggibile non me lo dicevano mai ma neppure che era buono: mi davano invece consigli, dritte, libri da leggere per crescere e capire da me.
C'è chi sta leggendo Blu - come Flavio, Simone, Giusy, Federica, Ottavio e i ragazzi della Bottega - e chi mi ripete che è pieno di parti angosciose, come Claudia, e io le dico sempre che mi fa sentire in colpa, a Claudia, ma lei sa che mi fa felice.

A cinquecento metri del traguardo dei 100km, Fabio ha fatto un video. Era solo, in quell'ultimo tratto, ma sentiva che con lui c'erano tutte le persone che ci avevano creduto, ed è con loro che ha parlato fino al momento in cui ha tagliato il traguardo, quando tra le lacrime è riuscito solo a ripetere "grazie" ed "è veramente fantastico".

Perché forse non si tratta tanto di avere la forza nelle gambe per fare cento chilometri: si tratta di chi ti segue dal numero cinquantacinque.

venerdì 7 aprile 2017

Si conosce un uomo dal modo in cui ride

Se c'è una cosa che adoro, ma adoro forte, sono le persone che sanno ridere con tutto il corpo.
Basta una risata per deformarli: si piegano, curvano la schiena, fanno smorfie, si coprono gli occhi o la bocca, battono le mani, si toccano la pancia, a volte commentano perfino: "Ho male agli addominali".

Sono sempre stata d'accordo con Dostoevskij secondo cui: "Si conosce un uomo dal modo in cui ride", tanto da aver citato questa massima fino a dimenticare dove l'avessi trovata.
La trovo perfetta.
Non è facile fidarsi di chi esibisce sorrisi tirati o il cui riso non arriva agli occhi, ma al contrario prendete chi sa ridere fino alle lacrime, chi si lascia andare così tanto da trovarsi con il pianto sulle guance e il respiro corto: ho un vero e proprio debole per loro.
Se ho il potere di aumentare le lacrime di chi sta ridendo fino alle lacrime non so trattenermi dal farlo, diventa una droga, desidererei non potesse fermarsi mai.

Mi sembra che ridere con qualcuno fino alle lacrime sia una condivisione forte e intima più di quanto si possa pensare.

sabato 1 aprile 2017

Rome sweet home

Parafrasavo la vecchia battuta dei romani, quando vivevo nella capitale e vi rientravo dopo una trasferta: Che hai visto di bello a Bologna?, mi chiedevano, e rispondevo: Il treno per Roma. Poi scrivevo "Rome sweet home" sulle foto della stazione, e tornando a casa trovavo tra le crepe dello smog l'odore dei fiori.
E ok, gli autobus non passavano mai in orario e ci voleva un litro de benzina per fa' er metro su la tiburtina, ma c'erano decine di pizzerie al pezzo, i baristi davano a ognuno il benvenuto personalizzato con personalizzata presa in giro e non mancava la possibilità, dietro ogni angolo, di trovare la bellezza antica migliaia di anni.

Il punto è che quando perdi la testa per qualcosa finisci per vederne solo il bello, e quando ce l'hai lontano ti fai piacere perfino il romano che ti tocca il braccio settantotto volte mentre ti ripete altrettante volte lo stesso concetto. 
E io, be', io per Roma la testa l'ho persa dodici anni fa, quando la capoccia era pure nel titolo della canzone che ascoltavo ogni volta rientrando dall'Abruzzo, sulla linea 492 che mi portava all'università passando per Piazza Venezia e il Lungotevere, in un viaggio della speranza che non vi dico, un'ora piena, ma dio se ne valeva la pena.


sabato 25 febbraio 2017

"Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall'altruismo, dalla fantasia"

Questa settimana, lavorando a delle interviste per la Polar, mi sono trovata a interrogare due grandi atleti sul momento piu bello della loro carriera.

Il primo, Giorgio Calcaterra, ultramaratoneta e campione mondiale sui 100km, mi ha risposto che tutti i momenti più belli erano gli abbracci di suo padre che lo aspettava al traguardo dopo ogni gara.

Il secondo, Alessandro Degasperi, campione del triathlon e partecipante all'ultimo mondiale di Kona, ha parlato di quella volta in cui, nei metri prima del traguardo, aveva tenuto per mano il figlio allora quattrenne.
Mi ha colpito.

Erano due interviste telefoniche, nessuno dei due aveva ascoltato la risposta dell'altro, ed entrambi mi sono sembrati rispondere così a una domanda molto più grande, a proposito di cosa significhi essere campioni.


giovedì 26 gennaio 2017

Baby Trump

A letto con la febbre, scorro i post di Facebook e inciampo nei video del figlio di Trump. Più volte, non una: trovo episodi singoli e compilation, una di queste ha la musica di Requiem for a dream. 
I post dicono: è autistico? Chissà, ma da grande ci darà soddisfazioni. 
A pochi mesi dalla demonizzazione collettiva dei "bravoh", nel mirino c'è un bambino (!) con l'unica "colpa" di essere figlio di.

Ma davvero c'è qualcosa da commentare in un bambino che fa smorfie, sbuffa durante le conferenze e invece di dare il cinque alla madre finge di colpirla? Davvero c'è qualcosa che si sente il bisogno di dire, e di dire in pubblico? Perché se qualcuno pensa davvero questo forse è il caso di abbandonare un attimo la tastiera - che della perdita dei suoi post ci sapremo fare una ragione - e guardare i propri figli, o nipoti, e immaginarli in giacca e cravatta.

Che prima di parlare sarebbe bene - se non proprio pensare - guardarlo un attimo, il mondo.